Due settimane senza alzare il culo dalla sedia e senza spostare lo sguardo dal monitor sono decisamente troppe. Decido che cambiare un pò aria è quello che ci vuole.
Valuto le alternative:
- un fantastico sabato sera al Benassi insieme ai mei coetanei biologici (per chi non lo sapesse, il circolo Benassi è la balera dove vanno i vecchi arzilli, a sperticarsi col lissio e a cercare di stringere un pò di ciccia. L'ultimo commento che ho sentito da una di loro è stato: "Io sc'ho novantadue anni, sciai, ma mi bagno ancooora!". Lo dice mostrandomi il suo bel sorriso incastonato perfettamente nei pochi denti veri rimasti);
- sedermi ad una panchina del parco sotto casa (tre metri quadri di verde), schiacciata dal peso delle buste del Conad, a guardare i cani che cagano e invidiare le vecchie che portano borse più grandi della mia senza stancarsi;
- organizzare un bell' after dinner in qualche locale infognato e legnoso, per tornare a casa con i polmoni pieni di catrame e la maglia alonata di sudore al Borotalco Roberts;
- sfruttare l'occasione che mi si è presentata dal nulla di passare un week end in una delle mie città preferite: Roma.
Ho ovviamente scelto il Benassi, non a caso l'ho messo come primo della lista... solo che all'entrata il buttafuori (111 anni, barba lunga a punta e bastone di legno con una fila di borchie incastonate a forma di testa di cobra, occhiali scuri anti-cataratta e cappellino di tweed a scaldare il cupolino pelato) mi ha bloccato il passaggio, intimandomi di starmene alla larga. Mi ha detto che ero troppo giovane per sapere certe cose, che se avessi visto troppo avrebbe dovuto farmi fuori. Probabilmente intendeva con l'alito.
Ho battuto ritirata mestamente e ho optato per il week end romano, mio malgrado.
Roma, che dire... Mi ha regalato un tepore marzolino per tutto il tempo, giardini da storie per bambini e marmi di fantasie geniali, palazzi e monumenti come sentieri verso radici lontane, e un tramonto trasteverino ovattato da soffi arancioni di lanterne amiche. Mi ha regalato ricordi di risate e carezze, di baci dolci e parole, a fiumi, su un futuro da costruire. Ma, soprattutto, mi ha regalato gli insulti più belli e fantasiosi che le mie orecchie abbiano mai sentito, e la mia mente sia mai riuscita anche solo ad immaginare.
Grazie, Roma.
